11-10-2013
MUSICA
TRIESTE
Le «divine lunghezze» di Cominati alludevano da una parte a quelle di Schubert: la Sonata il La maggiore D 959, che di Schubert è quasi il macrocosmo pianistico «in limine»; dall’altra all’estensione drammaturgica di Wagner («Die Meistersinger») e all’opera romanzesca di Verdi («La forza del destino»), nella trasposizione pianistica di tre illustri revisori: Hans von Bülow, Liszt, Martucci. Il che rappresentava anche il compendio di un secolo e nello stesso tempo un contributo eccentrico al bicentenario dei due sommi. Il pianismo di Cominati è ogni volta una rivelazione di superiore carisma. La magnificenza sonora, la trasparenza architettonica della forma classica, l’emozionante percorso schubertiano confluivano in una visione sospesa nel tempo, come un «Winterreise» della forma-sonata. Memorabile il Lied popolare che palpita nell’Andantino, con la sinistra che marca quasi il passo dell’ultimo Wanderer. E straordinaria l’intensità dell’altro Lied che nel Rondò finale svela, nelle soste improvvise del discorso, le esitazioni dell’anima lungo il cammino. Poi lo spettacolo maestoso delle trascrizioni wagneriane con la sorpresa finale dello splendido Martucci nella fantasia pianistica sulla «Forza del destino», intorno al nucleo melodico del duetto «Le minacce, i fieri accenti» e con l’irruzione quasi impertinente di Preziosilla. Congedo esaltante con il pianismo trascendentale (campionario completo delle arditezze estreme) della Seguidilla di «Carmen» nella funambolica invenzione di Moritz Moszowki.
Gianni Gori